Roma - Scalinata della Trinità de' Monti, costruita nel 1720 sotto Innocenzo XIII

Riferimento: S42632.1
Autore Fratelli d'Alessandri
Anno: 1920 ca.
Misure: 245 x 190 mm
80,00 €

Riferimento: S42632.1
Autore Fratelli d'Alessandri
Anno: 1920 ca.
Misure: 245 x 190 mm
80,00 €

Descrizione

Gelatina ai sali di argento, circa 1920, firmata dallo studio dei Fratelli D'Alessandri.

Il dettaglio chiave per la datazione della fotografia è l'insegna della Cunard Line: il grande cartellone pubblicitario della celebre compagnia di navigazione britannica sulla facciata del palazzo a destra (Palazzo d'Asti). L'agenzia per la vendita dei biglietti dei transatlantici fu aperta in quella sede negli anni a ridosso della Prima Guerra Mondiale e rimase molto attiva proprio negli anni Venti, l'epoca d'oro delle grandi traversate verso le Americhe. Inoltre, in Piazza di Spagna sono già presenti i pali sottili per l'illuminazione elettrica pubblica, installati a Roma per sostituire gradualmente le vecchie lanterne a gas a cavallo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Sul lato sinistro della piazza si nota una carrozza con cavalli (le storiche "botticelle" romane), mentre l'abbigliamento delle persone di passaggio, con cappelli a bombetta e cappotti lunghi, è tipico del primo dopoguerra.

Benché lo studio dei Fratelli D'Alessandri sia nato in pieno Ottocento (utilizzando inizialmente tecniche pionieristiche come le lastre al collodio umido), la ditta rimase attiva fino al 1930 attraverso i figli e i nipoti dei fondatori. Questo scatto fa parte del loro catalogo tardivo di "vedute commerciali", prodotte in formato cartolina per soddisfare il boom del turismo internazionale degli anni Venti.

Antonio D'Alessandri (L'Aquila, 1818 – Roma, 1893) e Paolo Francesco D'Alessandri (L'Aquila, 1824 – Roma, 1889) sono stati due fotografi italiani, contemporanei degli Alinari, che furono attivi soprattutto a Roma. Noti per la tecnica del collodio umido, operarono soprattutto con clienti appartenenti alla «nobiltà romana» e ad alti prelati del Vaticano. I due fotografi che fotografarono con la Breccia di Porta Pia, la presa di Roma, sono considerati i primi fotoreporter di guerra d'Italia. Foto delle loro collezioni sono custodite anche presso l'International Museum of Photography and Film at George Eastman House di Rochester (New York), il più antico museo del mondo dedicato alla fotografia. Giunti a Roma dalla nativa città dell'Aquila i due fratelli, fissato il domicilio nella Capitale, si erano dedicati in un primo tempo a girare l'Europa, alla ricerca di innovazioni tecnico-scientifiche da sfruttare in senso economico. Fu così che all'inizio degli anni Cinquanta dell'800 iniziarono a interessarsi di fotografia e soprattutto a fare pratica del nuovo metodo di stampa detto "al collodio" che rendeva più semplice e immediato il raggiungimento di risultati commerciabili. I fratelli D'Alessandri si collocano fra i primissimi fotografi romani insieme a Tommaso Cuccioni, Giacomo Caneva, James Anderson e Lorenzo Suscipj, tutti considerati i capostipiti della Scuola Romana di Fotografia.

Fratelli d'Alessandri (attivi a Roma tra il 1855 e il 1930)

Antonio D'Alessandri (L'Aquila, 1818 – Roma, 1893) e Paolo Francesco D'Alessandri (L'Aquila, 1824 – Roma, 1889) sono stati due fotografi italiani, contemporanei degli Alinari, che furono attivi soprattutto a Roma. Noti per la tecnica del collodio umido, operarono soprattutto con clienti appartenenti alla «nobiltà romana» e ad alti prelati del Vaticano. I due fotografi che fotografarono con la Breccia di Porta Pia, la presa di Roma, sono considerati i primi fotoreporter di guerra d'Italia. Foto delle loro collezioni sono custodite anche presso l'International Museum of Photography and Film at George Eastman House di Rochester (New York), il più antico museo del mondo dedicato alla fotografia. Giunti a Roma dalla nativa città dell'Aquila i due fratelli, fissato il domicilio nella Capitale, si erano dedicati in un primo tempo a girare l'Europa, alla ricerca di innovazioni tecnico-scientifiche da sfruttare in senso economico. Fu così che all'inizio degli anni Cinquanta dell'800 iniziarono a interessarsi di fotografia e soprattutto a fare pratica del nuovo metodo di stampa detto "al collodio" che rendeva più semplice e immediato il raggiungimento di risultati commerciabili. I fratelli D'Alessandri si collocano fra i primissimi fotografi romani insieme a Tommaso Cuccioni, Giacomo Caneva, James Anderson e Lorenzo Suscipj, tutti considerati i capostipiti della Scuola Romana di Fotografia. Il laboratorio dei fratelli D'Alessandri fu certamente il primo studio professionistico aperto nella Capitale; in tale circostanza don Antonio, come sacerdote cattolico, fu costretto a chiedere una specifica dispensa per esercitare liberamente il mestiere di fotografo, dispensa che l'autorità ecclesiastica gli concesse a patto di non ostentare sul lavoro l'abito ecclesiastico. L'appartenenza di don Antonio al clero, insieme all'indiscusso talento tecnico e artistico, favorirono il successo dell'impresa. I due fratelli ottennero infatti per primi i permessi per entrare in Vaticano e ritrarre il Pontefice Pio IX con la sua corte. La fama dei due fotografi si diffuse rapidamente tra la nobiltà romana e tra i più alti prelati. Alla lista dei clienti di riguardo si aggiunsero anche i Sovrani di Napoli in esilio e, ben presto le richieste giunsero anche dall'estero. La continua ricerca di nuove occasioni di intervento portò i fratelli D'Alessandri, nel 1862, a fotografare gli accampamenti degli zuavi pontifici e successivamente, nel 1867, sul campo di battaglia di Mentana a operare nel ruolo, tra i primi in Italia, di veri e propri reporter di guerra. Nel 1870 furono a Porta Pia a ritrarre i bersaglieri italiani vincitori, in posa sulle rovine della breccia. Quest'ultimo "reportage" provocò un'ostile reazione delle autorità vaticane che revocarono ai D'Alessandri ogni privativa in precedenza concessa. I contrasti con le autorità ecclesiastiche giunsero al punto che don Antonio preferì abbandonare per sempre il sacerdozio. In realtà, lo studio dei due fratelli abruzzesi era ormai affermato e non aveva più bisogno di alcun privilegio. Il lavoro svolto nel corso degli anni era stato enorme e sarebbe proseguito per oltre un ventennio sotto la direzione dei due fondatori. La documentazione visiva che lo studio D'Alessandri raccolse sulla città di Roma è fondamentale per la storia della capitale. Grazie a quelle foto si ricostruisce una Roma ottocentesca, oggi altrimenti perduta: edifici e strade, interi quartieri ormai scomparsi; esponenti della nobiltà capitolina ritratti nelle pose più ricercate e consone al proprio rango, popolani al lavoro, immagini della vita sociale e religiosa: nel complesso una capillare e preziosa iconografia sugli ultimi vent'anni della Roma pontificia e sui primi vent'anni di Roma capitale d'Italia. Non va dimenticato poi che nel 1887 il Genio Civile di Roma commissionò ai D'Alessandri una campagna fotografica destinata a documentare lo stato del fiume Tevere prima e dopo la costruzione degli argini. Fu la grande Mostra della fotografia romana, tenuta nel 1952, a cura di Silvio Negro, a mettere in luce il ruolo centrale svolto dai D'Alessandri per la conservazione della memoria storica romana e a far conoscere a un grande pubblico il loro lavoro. Dopo la morte dei due fondatori, il lavoro dello studio sarebbe stato portato avanti ancora per diversi anni, fino al 1930, da Tito (Roma, 1864-1942) e Renato, figlio e nipote di Paolo Francesco.

Fratelli d'Alessandri (attivi a Roma tra il 1855 e il 1930)

Antonio D'Alessandri (L'Aquila, 1818 – Roma, 1893) e Paolo Francesco D'Alessandri (L'Aquila, 1824 – Roma, 1889) sono stati due fotografi italiani, contemporanei degli Alinari, che furono attivi soprattutto a Roma. Noti per la tecnica del collodio umido, operarono soprattutto con clienti appartenenti alla «nobiltà romana» e ad alti prelati del Vaticano. I due fotografi che fotografarono con la Breccia di Porta Pia, la presa di Roma, sono considerati i primi fotoreporter di guerra d'Italia. Foto delle loro collezioni sono custodite anche presso l'International Museum of Photography and Film at George Eastman House di Rochester (New York), il più antico museo del mondo dedicato alla fotografia. Giunti a Roma dalla nativa città dell'Aquila i due fratelli, fissato il domicilio nella Capitale, si erano dedicati in un primo tempo a girare l'Europa, alla ricerca di innovazioni tecnico-scientifiche da sfruttare in senso economico. Fu così che all'inizio degli anni Cinquanta dell'800 iniziarono a interessarsi di fotografia e soprattutto a fare pratica del nuovo metodo di stampa detto "al collodio" che rendeva più semplice e immediato il raggiungimento di risultati commerciabili. I fratelli D'Alessandri si collocano fra i primissimi fotografi romani insieme a Tommaso Cuccioni, Giacomo Caneva, James Anderson e Lorenzo Suscipj, tutti considerati i capostipiti della Scuola Romana di Fotografia. Il laboratorio dei fratelli D'Alessandri fu certamente il primo studio professionistico aperto nella Capitale; in tale circostanza don Antonio, come sacerdote cattolico, fu costretto a chiedere una specifica dispensa per esercitare liberamente il mestiere di fotografo, dispensa che l'autorità ecclesiastica gli concesse a patto di non ostentare sul lavoro l'abito ecclesiastico. L'appartenenza di don Antonio al clero, insieme all'indiscusso talento tecnico e artistico, favorirono il successo dell'impresa. I due fratelli ottennero infatti per primi i permessi per entrare in Vaticano e ritrarre il Pontefice Pio IX con la sua corte. La fama dei due fotografi si diffuse rapidamente tra la nobiltà romana e tra i più alti prelati. Alla lista dei clienti di riguardo si aggiunsero anche i Sovrani di Napoli in esilio e, ben presto le richieste giunsero anche dall'estero. La continua ricerca di nuove occasioni di intervento portò i fratelli D'Alessandri, nel 1862, a fotografare gli accampamenti degli zuavi pontifici e successivamente, nel 1867, sul campo di battaglia di Mentana a operare nel ruolo, tra i primi in Italia, di veri e propri reporter di guerra. Nel 1870 furono a Porta Pia a ritrarre i bersaglieri italiani vincitori, in posa sulle rovine della breccia. Quest'ultimo "reportage" provocò un'ostile reazione delle autorità vaticane che revocarono ai D'Alessandri ogni privativa in precedenza concessa. I contrasti con le autorità ecclesiastiche giunsero al punto che don Antonio preferì abbandonare per sempre il sacerdozio. In realtà, lo studio dei due fratelli abruzzesi era ormai affermato e non aveva più bisogno di alcun privilegio. Il lavoro svolto nel corso degli anni era stato enorme e sarebbe proseguito per oltre un ventennio sotto la direzione dei due fondatori. La documentazione visiva che lo studio D'Alessandri raccolse sulla città di Roma è fondamentale per la storia della capitale. Grazie a quelle foto si ricostruisce una Roma ottocentesca, oggi altrimenti perduta: edifici e strade, interi quartieri ormai scomparsi; esponenti della nobiltà capitolina ritratti nelle pose più ricercate e consone al proprio rango, popolani al lavoro, immagini della vita sociale e religiosa: nel complesso una capillare e preziosa iconografia sugli ultimi vent'anni della Roma pontificia e sui primi vent'anni di Roma capitale d'Italia. Non va dimenticato poi che nel 1887 il Genio Civile di Roma commissionò ai D'Alessandri una campagna fotografica destinata a documentare lo stato del fiume Tevere prima e dopo la costruzione degli argini. Fu la grande Mostra della fotografia romana, tenuta nel 1952, a cura di Silvio Negro, a mettere in luce il ruolo centrale svolto dai D'Alessandri per la conservazione della memoria storica romana e a far conoscere a un grande pubblico il loro lavoro. Dopo la morte dei due fondatori, il lavoro dello studio sarebbe stato portato avanti ancora per diversi anni, fino al 1930, da Tito (Roma, 1864-1942) e Renato, figlio e nipote di Paolo Francesco.