Ercole che stringe Anteo nel Cortile del Palazzo del Gran Duca in Firenze

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Riferimento: A54151
Autore Giovanni Girolamo FREZZA
Anno: 1704
Luogo di Stampa: Roma
Misure: 215 x 340 mm
250,00 €

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Riferimento: A54151
Autore Giovanni Girolamo FREZZA
Anno: 1704
Luogo di Stampa: Roma
Misure: 215 x 340 mm
250,00 €

Descrizione

La tavola raffigura la statua di Ercole e Anteo esposta a Palazzo Pitti.

Il gruppo scultoreo raffigura la lotta tra l'eroe e Anteo, figlio di Gea, personificazione della Madre Terra, e di Poseidone, dio del mare. Il gigante Anteo assume nel marmo fiorentino le più comuni dimensioni dell’eroe Ercole. Re di Libia, Anteo sfidava i forestieri in combattimenti corpo a corpo dall’esito segnato: il gigante traeva la sua invincibilità da un portento, il semplice contatto con la madre Terra gli restituiva forza ed energia. Ercole avrebbe superato la prova di forza sollevando da terra il gigante, soffocato in una stretta micidiale. Lo schema iconografico della scultura fiorentina, raffigurante un combattente afferrato alle spalle dall’avversario, è diffuso nell'ambito della produzione vascolare greca a partire dalla fine del VI secolo a.C. Il motivo traeva ispirazione dalla pratica di un combattimento a mani nude, il “pancrazio”, compreso tra le discipline olimpiche già dal 648 a.C.

La scultura, ancora priva di integrazioni, fu sistemata nel cortile del Belvedere a Roma sin dal 1509. Giunta a Palazzo Pitti nel 1564, l'opera fu restaurata e risarcita delle parti mancanti. 

Acquaforte, impressa su carta vergata coeva, con margini, in perfetto stato di conservazione.

Tavola tratta dalla celebre Raccolta di statue antiche e moderne: data in luce sotto i gloriosi auspicj della ... Papa Clemente XI. / da Domenico de Rossi; illustrata colle sposizioni a ciascheduna immagine di Pavolo Alessandro Maffei. In Roma nella Stamperia alla Pace con Privilegio del Sommo Pont. e licenza dè Superiori l'anno MDCCIV. - Colophon: In Roma, MDCCXLII. Nella Stamperia di Antonio de Rossi, nella Strada del Seminario Romano.

Nel 1704 vide la luce a Roma la più vasta raccolta mai messa insieme fino ad allora di stampe raffiguranti le statue antiche di Roma, un'opera che sarebbe rimasta una pietra miliare nel genere. Rispetto al suo più importante precedente, i Segmenta nobilium signorum et statuarum del pittore-incisore francese François Perrier, del 1638, la Raccolta edita da Domenico De Rossi, con un erudito commento di Paolo Alessandro Maffei (1653-1716), si caratterizzava prima di tutto per la presenza, accanto alle Nobilia Opera, di celebri creazioni della scultura moderna. del Cinque e Seicento, conservate tanto a Roma quanto a Firenze.

Gli incisori che lavorarono all’intaglio dei rami erano quasi tutti francesi e l'impresa è stata giudicata uno sforzo collettivo guidato prima di tutto dall'editore, il più importante della Roma barocca. Non tutti i nomi coinvolti, però, erano della stessa caratura e prestigio, e soprattutto non furono tutti attivi negli stessi anni: due tra gli incisori meno noti, Claude Randon (morto nel 1679) e François Andriot (m. 1704), avevano lavorato insieme, per conto di Charles Errand direttore dell'Académie de France à Rome alle Vite de' pittori, scultori e architetti moderni di Giovanni Pietro Bellori, pubblicata a Roma nel 1672. Il coinvolgimento di questi due incisori, lascia supporre che la Raccolta nascesse da un’impresa avviata, ma poi abbandonata, negli anni Settanta del Seicento, da Charles Errard, con la collaborazione, verosimilmente, dello stesso Bellori.

Tra gli autori che lavorarono per la stamperia De Rossi per questo lussuoso repertorio di statuaria, compare anche il nome di François de Poilly (sei tavole), che a differenza di Andriot e Randon, fu un incisore di grande successo, straordinariamente prolifico che si spense a Parigi nel 1693. Randon e Poilly, quindi, certamente erano scomparsi da tempo quando Domenico De Rossi dava alle stampe la Raccolta, ed è possibile che anche Andriot fosse già morto, o non si trovasse più a Roma. Tra gli altri incisori le cui firme compaiono sulle tavole del repertorio del 1704, ci sono alcuni dei protagonisti della stampa di traduzione attivi nell'Urbe all'inizio del secolo: Francesco Aquila (cinquantadue tavole), Nicolas Dorigny (trentuno tavole), il fiammingo Robert van Audenaerde (1663-1743; ventiquattro tavole) e Giovanni Girolamo Frezza (1671-post 1748; due tavole).

Bibliografia

Stefano Pierguidi, La Raccolta di statue antiche e moderne della calcografia De Rossi e un'impresa incompiuta di Charles Errard, in “Les cahiers d'histoire de l'art” 14, pp. 106-113.

Giovanni Girolamo FREZZA (Orvinio 1671 - dopo il 1748)

Nato a Canemorto (odierna Orvinio), con ogni probabilità nel 1671, si trasferì a Roma per andare a imparare l'arte del bulino e dell'acquaforte, presso la bottega del celebre incisore, originario di Anversa, A. van Westerhout. Le prime incisioni note risalgono all'inizio dell'ultimo decennio del XVII secolo. Si tratta perlopiù di soggetti religiosi o di incisioni da opere di artisti famosi quali C. Maratti. Dal primo decennio del '700 la bottega del Frezza "in faccia alla chiesa di S. Andrea degli Scozzesi" (come si legge in numerose stampe) divenne indubbiamente una delle più attive e più prolifiche di Roma. Ne uscirono stampe in serie o in fogli sciolti, spesso tratte dalle opere dei maggiori maestri di tradizione classicista. Nel quarto decennio del '700 la notorietà del Frezza si doveva essere ormai ampiamente consolidata, tanto che, nel 1737, egli ricevette l'incarico, insieme con G.D. Campiglia, da parte della Camera apostolica (nella figura del cardinale Neri Corsini), di redigere una perizia in merito all'acquisto della prestigiosa stamperia De Rossi, data la discordanza di valutazione emersa dalle due perizie precedenti stilate da J. Frey per conto della Camera medesima e da P.L. Ghezzi per incarico di L.F. De Rossi. Il Frezza si dedicò anche, lungo tutto il corso della vita, alla realizzazione di stampe dedicate ad alcune delle grandi cerimonie che animavano la vita della Roma del tempo: dalle illustrazioni per le Esequie di Pietro II di Portogallo in S. Antonio dei Portoghesi (1707), alla Macchina pirotecnica per la cerimonia della chinea (1722). Le ultime opere di rilievo realizzate dal Frezza furono alcune illustrazioni, su disegno di G.S. Fietti, per il volume dell'erudito F. Bussi "Istoria della città di Viterbo", pubblicato a Roma nel 1742. Ignoto è l'anno di morte del Frezza che deve porsi, tuttavia, poco dopo il 1748. A questa data risale infatti un atto notarile attestante l'avvenuto pagamento da parte dell'artista della dote versata in occasione del matrimonio della figlia con il pittore Stefano Pozzi.

Giovanni Girolamo FREZZA (Orvinio 1671 - dopo il 1748)

Nato a Canemorto (odierna Orvinio), con ogni probabilità nel 1671, si trasferì a Roma per andare a imparare l'arte del bulino e dell'acquaforte, presso la bottega del celebre incisore, originario di Anversa, A. van Westerhout. Le prime incisioni note risalgono all'inizio dell'ultimo decennio del XVII secolo. Si tratta perlopiù di soggetti religiosi o di incisioni da opere di artisti famosi quali C. Maratti. Dal primo decennio del '700 la bottega del Frezza "in faccia alla chiesa di S. Andrea degli Scozzesi" (come si legge in numerose stampe) divenne indubbiamente una delle più attive e più prolifiche di Roma. Ne uscirono stampe in serie o in fogli sciolti, spesso tratte dalle opere dei maggiori maestri di tradizione classicista. Nel quarto decennio del '700 la notorietà del Frezza si doveva essere ormai ampiamente consolidata, tanto che, nel 1737, egli ricevette l'incarico, insieme con G.D. Campiglia, da parte della Camera apostolica (nella figura del cardinale Neri Corsini), di redigere una perizia in merito all'acquisto della prestigiosa stamperia De Rossi, data la discordanza di valutazione emersa dalle due perizie precedenti stilate da J. Frey per conto della Camera medesima e da P.L. Ghezzi per incarico di L.F. De Rossi. Il Frezza si dedicò anche, lungo tutto il corso della vita, alla realizzazione di stampe dedicate ad alcune delle grandi cerimonie che animavano la vita della Roma del tempo: dalle illustrazioni per le Esequie di Pietro II di Portogallo in S. Antonio dei Portoghesi (1707), alla Macchina pirotecnica per la cerimonia della chinea (1722). Le ultime opere di rilievo realizzate dal Frezza furono alcune illustrazioni, su disegno di G.S. Fietti, per il volume dell'erudito F. Bussi "Istoria della città di Viterbo", pubblicato a Roma nel 1742. Ignoto è l'anno di morte del Frezza che deve porsi, tuttavia, poco dopo il 1748. A questa data risale infatti un atto notarile attestante l'avvenuto pagamento da parte dell'artista della dote versata in occasione del matrimonio della figlia con il pittore Stefano Pozzi.