| Riferimento: | CO-867 |
| Autore | Wilhelm Friedrich GMELIN |
| Anno: | 1809 |
| Zona: | Ferentino |
| Luogo di Stampa: | Roma |
| Misure: | 355 x 280 mm |
| Riferimento: | CO-867 |
| Autore | Wilhelm Friedrich GMELIN |
| Anno: | 1809 |
| Zona: | Ferentino |
| Luogo di Stampa: | Roma |
| Misure: | 355 x 280 mm |
Veduta di Ferentino tratta dal celebre VIAGGI IN ALCUNE CITTÀ DEL LAZIO CHE DICONSI FONDATE DAL RE SATURNO di Marianna Dionigi, stampato a Roma nel 1809.
Edizione originale del diario di viaggio di Marianna Candidi Dionigi, «viaggiatrice in città perdute dal cui grembo ella non si stancava di sollecitare verità rinascenti»; La Dionigi nel 1807 o poco prima si era avventurata alla scoperta di quel territorio allora poco conosciuto che erano le cosiddette città di Saturno: Ferentino, Alatri, Arpino, Atina, Anagni. Ne era risultata quest'opera che unisce al racconto delle bellissime tavole, su disegni dell'Autrice, in cui sono raffigurati paesaggi, piante e vedute di città, i principali monumenti, rovine e tratti di mura, scenari allora poco conosciuti appunto e dei quali esistono ben poche testimonianze figurative. Le tavole con vedute di città e rappresentazioni paesaggistiche furono affidate a Wilhelm Friedrich Gmelin, il cui nome compare su 7 incisioni (6 nel nostro esemplare, scompleto della tavola con la Veduta di Alatri), mentre le raffigurazioni dei siti archeologici vennero incise da Vincenzo Feoli (22 tavole). Una sola tavola non reca né la firma dell'Autrice, né quella degli incisori. «La Dionigi obbediva [...] al dettame di Hackert sull'escursione dal primo piano, consacrato all'esattezza di ciascuno di un'infinità di dettagli, alla totalità indistinta dello sfondo [...]. Questo filo conduttore della propria produzione artistica fu perseguito da Marianna anche nei Viaggi, dove circa un quarto delle acqueforti (sette su ventinove) pur nell'attendibilità dell'insieme, trasmette l'incanto del paesaggio più che lo scrupolo [...]. Non a caso, il compito di delineare dai propri disegni originali questo gruppo di tavole fu affidato dall'autrice all'incisore di origine tedesca Wilhelm Friedrich Gmelin, forse il miglior specialista allora attivo a Roma».
Wilhelm Friedrich GMELIN (Badenweiler 1760 - Roma 1820)
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Wilhelm Friedrich Gmelin, incisore di origini tedesche, nasce a Badenweiler nel 1760 e si specializza alla bottega di Christian von Mechel (Basilea 1737- Berlino 1817), soprattutto nella traduzione di vedute da alcuni dei più illustri paesaggisti del Seicento come Nicolas Poussin, Claude Lorrain e Gaspard Dughet, come si evince dalla critica coeva (Tozzi 1994, p. 253), dove grande spazio viene lasciato alla natura, che diventa per la prima volta protagonista assoluta della scena, mentre le figure, di piccole dimensioni, vengono relegate a occupare uno spazio più esiguo e sicuramente secondario. Dal 1786 si trasferisce a Roma e, di lì a poco, grazie ai legami con Jacob Philipp Hackert, si reca a Napoli per tradurre in incisioni le sue vedute (Cavazzi Palladini 1976, pp. 45-46), risiede in Germania tra gli anni tra 1798, e nel 1802 torna a Roma dove, dal 1814, diventa accademico di San Luca, fino alla morte nel 1820. Come sottolinea Le Blanc la sua produzione si caratterizza principalmente per la creazione di ritratti, rilievi di monumenti e vedute della campagna romana e laziale, e una grande quantità di paesaggi desunti principalmente da tele di Claude Lorrain. Oltre alle stampe di traduzione, con paesaggi arcadici e bucolici da Poussin e Lorrain, l'incisore dà vita anche a una serie di vedute di invenzione in cui è già chiaro il suo spirito innovativo che tende ad allontanarsi dalla tradizione del paesaggismo settecentesco per approdare a un linguaggio che prelude alla drammaticità di una interpretazione già pienamente romantica della natura.
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Wilhelm Friedrich GMELIN (Badenweiler 1760 - Roma 1820)
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Wilhelm Friedrich Gmelin, incisore di origini tedesche, nasce a Badenweiler nel 1760 e si specializza alla bottega di Christian von Mechel (Basilea 1737- Berlino 1817), soprattutto nella traduzione di vedute da alcuni dei più illustri paesaggisti del Seicento come Nicolas Poussin, Claude Lorrain e Gaspard Dughet, come si evince dalla critica coeva (Tozzi 1994, p. 253), dove grande spazio viene lasciato alla natura, che diventa per la prima volta protagonista assoluta della scena, mentre le figure, di piccole dimensioni, vengono relegate a occupare uno spazio più esiguo e sicuramente secondario. Dal 1786 si trasferisce a Roma e, di lì a poco, grazie ai legami con Jacob Philipp Hackert, si reca a Napoli per tradurre in incisioni le sue vedute (Cavazzi Palladini 1976, pp. 45-46), risiede in Germania tra gli anni tra 1798, e nel 1802 torna a Roma dove, dal 1814, diventa accademico di San Luca, fino alla morte nel 1820. Come sottolinea Le Blanc la sua produzione si caratterizza principalmente per la creazione di ritratti, rilievi di monumenti e vedute della campagna romana e laziale, e una grande quantità di paesaggi desunti principalmente da tele di Claude Lorrain. Oltre alle stampe di traduzione, con paesaggi arcadici e bucolici da Poussin e Lorrain, l'incisore dà vita anche a una serie di vedute di invenzione in cui è già chiaro il suo spirito innovativo che tende ad allontanarsi dalla tradizione del paesaggismo settecentesco per approdare a un linguaggio che prelude alla drammaticità di una interpretazione già pienamente romantica della natura.
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