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| Riferimento: | A53749 |
| Autore | Giulio BONASONE |
| Anno: | 1540 ca. |
| Misure: | 344 x 274 mm |
| Riferimento: | A53749 |
| Autore | Giulio BONASONE |
| Anno: | 1540 ca. |
| Misure: | 344 x 274 mm |
Imperatore romano seduto con le braccia spalancate, a sinistra la vestale Tuccia che regge un setaccio, a destra un soldato con uno scudo.
Bulino, circa 1540, privo di firma ed indicazioni editoriali. Da un soggetto di Francesco Mazzola detto Parmigianino.
Controversa la storia di questa incisione al bulino, sconosciuta a Bartsch e catalogata da Stefania Massari nell’opera grafica di Giulio Bonasone, attribuzione ad oggi accettata dai principali studiosi. La Massari, rifacendosi a quanto affermato da Cumberland, cataloga l’opera con il titolo di Alessandro in Trono. Tuttavia, la figura femminile sulla sinistra, sembra chiaramente raffigurare la vestale Tuccia, con il setaccio in mano.
Tuccia o Tuzia è stata una leggendaria vestale romana protagonista di una vicenda narrata da Tito Livio, Valerio Massimo e Dionigi di Alicarnasso. Tuccia era stata ingiustamente accusata di aver violato il voto di castità (incestum), colpa punita con una pena severissima. La vestale negò e chiese di poter provare la sua innocenza sottoponendosi a una ordalia consistente nel raccogliere l'acqua del Tevere con un setaccio. I pontefici acconsentirono, apparendo la cosa del tutto impossibile. Tuccia, si recò al fiume e dopo aver invocato l'aiuto della dea Vesta, raccolse l'acqua e riuscì a trasportarla con il setaccio fino al Foro Romano per versarla ai piedi dei pontefici. La prova riuscì e Tuccia venne ritenuta innocente.
Per l’attribuzione a Bonasone appare convincente proprio la figura della vestale nel confronto con la Circe di Bonasone (Bartsch 86, Massari 14), che presenta lo stesso ductus grafico e velo svolazzante. “Diverse analogie di riscontrano, inoltre, tra i volti dei compagni di Ulisse che appaiono nella stessa incisione e i personaggi in secondo piano di questo foglio, che si ritiene realizzato nei prima anni del quarto decennio” (cfr. S. Massari, Giulio Bonasone, p. 43). Tuccia sembra anche correlarsi a due stampe del Maestro FP. Il soldato a destra è correlato alla figura nel disegno di Parmigianino della collezione Devonshire, Chatsworth (A. E. Popham, Catalogue of Drawings by Parmigianino, 1971, vol. I, p. 211, n. 726 verso).
Bellissima prova, impressa su carta vergata coeva con filigrana “triangolo nel cerchio con fiore” rifilata al rame, piccoli restauri all’angolo inferiore sinistro, minime abrasioni, per il resto in ottimo stato di conservazione.
Bibliografia
S. Massari, Giulio Bonasone, p. 43, n. 15; Le Blanc C., Manuel de L'amateur D'estampes, n. 243.
Giulio BONASONE (Bologna circa 1500 - Roma circa 1580)
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Giulio Bonasone, nato a Bologna nel 1510 circa, è incisore a bulino e all’acquaforte oltre che pittore come ricorda il Malaspina includendolo tra gli allievi di Lorenzo Sabbatici. Sono 410 le stampe - quasi tutte conservate all’Istituto per la Grafica di Roma - che la critica recente assegna al Bonasone ampliando il numero indicato dal Bartsch di 354 fogli. Incisore di riproduzione oltre che di invenzione, Giulio inizia la sua attività calcografica intorno al 1531, come risulta dalla data che si legge nella raffaellesca S. Cecilia. Ritenuto un seguace tardivo di Marcantonio Raimondi, il bolognese rivela presto una sostanziale autonomia di visione che lo rende uno degli interpreti più interessanti dell’epoca, tanto che lo stesso Parmigianino gli consegna i disegni per la trasposizione su rame. A Roma dal 1544 fino al 1547 ca., il Bonasone lavora per i più importanti editori – calcografi dell’epoca (Salamanca, Barlacchi, Lafrery) interpretando i soggetti di Michelangelo o di Raffaello e dei suoi principali allievi: Giulio Romano, Perin del Vaga e Polidoro da Caravaggio, in uno stile estremamente personale che si avvale di tratti a bulino spesso combinati all’acquaforte.
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Giulio BONASONE (Bologna circa 1500 - Roma circa 1580)
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Giulio Bonasone, nato a Bologna nel 1510 circa, è incisore a bulino e all’acquaforte oltre che pittore come ricorda il Malaspina includendolo tra gli allievi di Lorenzo Sabbatici. Sono 410 le stampe - quasi tutte conservate all’Istituto per la Grafica di Roma - che la critica recente assegna al Bonasone ampliando il numero indicato dal Bartsch di 354 fogli. Incisore di riproduzione oltre che di invenzione, Giulio inizia la sua attività calcografica intorno al 1531, come risulta dalla data che si legge nella raffaellesca S. Cecilia. Ritenuto un seguace tardivo di Marcantonio Raimondi, il bolognese rivela presto una sostanziale autonomia di visione che lo rende uno degli interpreti più interessanti dell’epoca, tanto che lo stesso Parmigianino gli consegna i disegni per la trasposizione su rame. A Roma dal 1544 fino al 1547 ca., il Bonasone lavora per i più importanti editori – calcografi dell’epoca (Salamanca, Barlacchi, Lafrery) interpretando i soggetti di Michelangelo o di Raffaello e dei suoi principali allievi: Giulio Romano, Perin del Vaga e Polidoro da Caravaggio, in uno stile estremamente personale che si avvale di tratti a bulino spesso combinati all’acquaforte.
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