Laocoonte

Riferimento: S45068
Autore Nicolas Beatrizet detto BEATRICETTO
Anno: 1550 ca.
Misure: 330 x 480 mm
Non Disponibile

Riferimento: S45068
Autore Nicolas Beatrizet detto BEATRICETTO
Anno: 1550 ca.
Misure: 330 x 480 mm
Non Disponibile

Descrizione

Bulino, 1550 circa, privo di firma ed indicazioni editoriali.

L’opera viene attribuita a Nicolas Beatrizet da Bartsch, Robert-Dumesnil e Bianchi.

Iscritto in basso: LAOCHOON. ROMAE. IN. PALATIO. PONT. IN. LOCO. QVI. VVLGO. DICITVR. BELVEDERE.

Esemplare nel primo stato quattro (primo di due descritto da Rubach, primo di tre per Bianchi e Alberti) avanti l’indirizzo del Lafreri. La lastra venne successivamente ristampata da Duchetti e De Rossi (edizioni descritte da Bianchi che, tuttavia, non conosce la tiratura Lafreri).

Magnifica prova, ricca di toni impressa su carta vergata coeva con filigrana “Corona” (cfr. Woodward nn. 260-262), rifilata al rame in alto e in basso e con sottili margini ai lati, lievissime tracce di colore al verso, per il resto in ottimo stato di conservazione.

“Il gruppo del Laocoonte venne ritrovato sull’Esquilino il 14 gennaio del 1506 «nella vigna di Felice de Fredi» (Ridolfino Venuti) acquistato da Giulio II (1503-1513) fu condotto in Vaticano e collocato nell’erigendo cortile del Belvedere. Venne ceduto da Pio VI (1775-1799) nel febbraio 1797 ai Francesi costretto dal Trattato di Tolentino. Tra le opere restituite dopo la caduta di Napoleone - grazie al cardinale Ercole Consalvi ed alla mediazione di Antonio Canova, venne restituita dopo il Congresso di Vienna – e riportato a Roma il 4 gennaio 1816 e ricollocato nel Cortile del Belvedere. […] Il gruppo rappresenta l’assalto di due serpenti a Laocoonte e ai suoi figli, il quale si era opposto alla decisione di portare il cavallo di legno dentro le mura di Troia. Secondo Plinio il Vecchio gli scultori sarebbero Atenodoro, Agesandro e Polidoro, venuti in Italia verso il 40-20 a.C. Gli studiosi ritengono invece che la scultura sia una copia romana da originale in bronzo della Scuola di Pergamo del II secolo a.C. A causa delle lacune, fra l’altro anche del braccio destro di Laocoonte, l’opera subì ripetuti interventi di restauro, sino a quando nel 1906 Ludwig Pollack riconobbe nella bottega di uno scalpellino il braccio originale che fu reintegrato nel 1959. È così che l’incisione (1565) presenta il braccio destro di Laocoonte disteso verso l’alto, mentre nel restauro che è stato possibile dopo il rinvenimento del 1906 è piegato a gomito verso Laocoonte” (cfr. Marigliani, Lo splendore di Roma nell’Arte incisoria del Cinquecento).

L’opera appartiene allo Speculum Romanae Magnificentiae, la prima iconografia della Roma antica. La lastra figura nell'Indice del Lafreri al n. 236, descritta come Statua di Laochon in Belvedere.

Lo Speculum ebbe origine nelle attività editoriali di Antonio Salamanca e Antonio Lafreri (Lafrery). Durante la loro carriera editoriale romana, i due editori - che hanno lavorato insieme tra il 1553 e il 1563 - hanno avviato la produzione di stampe di architettura, statuaria e vedutistica della città legate alla Roma antica e moderna. Le stampe potevano essere acquistate individualmente da turisti e collezionisti, ma venivano anche acquistate in gruppi più grandi che erano spesso legati insieme in un album. Nel 1573, Lafreri commissionò a questo scopo un frontespizio, dove compare per la prima volta il titolo Speculum Romanae Magnificentiae. Alla morte di Lafreri, due terzi delle lastre di rame esistenti andarono alla famiglia Duchetti (Claudio e Stefano), mentre un altro terzo fu distribuito tra diversi editori. Claudio Duchetti continuò l’attività editoriale, implementando le lastre dello Speculum con copie di quelle “perdute” nella divisione ereditaria, che fece incidere al milanese Amborgio Brambilla. Alla morte di Claudio (1585) le lastre furono cedute – dopo un breve periodo di pubblicazione degli eredi, in particolare nella figura di Giacomo Gherardi - a Giovanni Orlandi, che nel 1614 vendette la sua tipografia al fiammingo Hendrick van Schoel. Stefano Duchetti, al contrario, cedette le proprie matrici all’editore Paolo Graziani, che si associò con Pietro de Nobili; il fondo confluì nella tipografia De Rossi passando per le mani di editori come Marcello Clodio, Claudio Arbotti e Giovan Battista de Cavalleris. Il restante terzo di matrici della divisione Lafreri fu suddiviso e scisso tra diversi editori, in parte anche francesi: curioso vedere come alcune tavole vengano ristampate a Parigi da Francois Jollain alla metà del XVII secolo. Diverso percorso ebbero alcune lastre stampate da Antonio Salamanca nel suo primo periodo; attraverso il figlio Francesco, confluirono nella tipografia romana di Nicolas van Aelst. Altri editori che contribuirono allo Speculum furono i fratelli Michele e Francesco Tramezzino (autori di numerose lastre che confluirono in parte nella tipografia Lafreri), Tommaso Barlacchi, e Mario Cartaro, che fu l’esecutore testamentario del Lafreri, e stampò alcune lastre di derivazione. Per l’intaglio dei rami vennero chiamati a Roma e impiegati tutti i migliori incisori dell’epoca quali Nicola Beatrizet (Beatricetto), Enea Vico, Etienne Duperac, Ambrogio Brambilla e altri ancora.

Questo marasma e intreccio di editori, incisori e mercanti, il proliferare di botteghe calcografiche ed artigiani ha contribuito a creare il mito dello Speculum Romanae Magnificentiae, la più antica e importante iconografia della città eterna. Il primo studioso che ha cercato di analizzare sistematicamente la produzione a stampa delle tipografie romane del XVI secolo è stato Christian Hülsen, con il suo Das Speculum Romanae Magnificentiae des Antonio Lafreri del 1921. In epoca più recente, molto importanti sono stati gli studi di Peter Parshall (2006) Alessia Alberti (2010), Birte Rubach e Clemente Marigliani (2016). Le nostre schede sono elaborazioni ispirate principalmente da queste quattro pubblicazioni, integrate da commenti e correzioni per quanto non ci convince e ci è noto.  

Bibliografia

C. Hülsen, Das Speculum Romanae Magnificentiae des Antonio Lafreri (1921), n. 59/A; cfr. Peter Parshall, Antonio Lafreri's 'Speculum Romanae Magnificentiae, in “Print Quarterly”, 1 (2006); B. Rubach, Ant. Lafreri Formis Romae (2016), n. 325, I/II; A. Alberti, L’indice di Antonio Lafrery (2010), n. A 126, I/III; Marigliani, Lo splendore di Roma nell’Arte incisoria del Cinquecento (2016), n. V.63; cfr, D. Woodward, Catalogue of watermarks in Italian printed maps 1540 – 1600 (1996); Bartch XV, p. 265, n. 91; S. Bianchi, Catalogo dell’opera incisa di Nicolas Beatrizet, 003c, p. 4, n. 98, I/III.

Nicolas Beatrizet detto BEATRICETTO Thionville 1515 circa - Roma 1565

Nicola o Niccolò Beatricetto o Beatrice o Beatici o Beatricius o Nicolas Beatrizet Lotharingus secondo il nome originale dell’incisore nativo nel 1515 c. in Francia a Thionville nella Lorena di cui inciderà la pianta nel 1557-58. Disegnatore e bulinista, Nicola è a Roma dal 1540, o già dal 1532 come supposto dal Gori Gandellini, dove frequenta la scuola di Marcantonio e Agostino Veneziano. Il Beatricetto si dimostra subito abile nel giusto equilibrio delle linee e dei punti e nella resa delle ombre e dei mezzi toni, tanto da divenire il capo degli incisori stranieri e dei vedutisti romani. Influenzato da Agostino Veneziano e da Giorgio Ghisi, il Beatricetto sceglie i suoi modelli in Raffaello e Michelangelo. Dal 1540 il lorenese lavora per Salamanca e dal 1541 fino al 1550 per Tommaso Barlacchi e dal 1548 per Antonio Lafrery che inserirà molte sue incisioni nello Speculum. Incisore di riproduzione per eccellenza, il lorenese traduce opere di Girolamo Muziano, oltre che di artisti minori, con scene sacre e mitologiche, architetture e palazzi secondo il gusto dell’epoca. Il Beatricetto muore a Roma nel 1565. Gli stati del secondo Cinquecento recano i nomi di Claude Duchet ed eredi, Paolo Graziani, Pietro dè Nobili; nel Seicento quelli di Giovanni Orlandi, Philipp Thomassin, Gio. Giacomo dè Rossi “alla pace” e Giovan battista dè Rossi “a piazza Navona”; nel settecento il nome di Carlo Losi. Il Bartsch attribuisce al lorenese 108 stampe; 114 il Robert-Dumesnil, il Passavant 120.

Nicolas Beatrizet detto BEATRICETTO Thionville 1515 circa - Roma 1565

Nicola o Niccolò Beatricetto o Beatrice o Beatici o Beatricius o Nicolas Beatrizet Lotharingus secondo il nome originale dell’incisore nativo nel 1515 c. in Francia a Thionville nella Lorena di cui inciderà la pianta nel 1557-58. Disegnatore e bulinista, Nicola è a Roma dal 1540, o già dal 1532 come supposto dal Gori Gandellini, dove frequenta la scuola di Marcantonio e Agostino Veneziano. Il Beatricetto si dimostra subito abile nel giusto equilibrio delle linee e dei punti e nella resa delle ombre e dei mezzi toni, tanto da divenire il capo degli incisori stranieri e dei vedutisti romani. Influenzato da Agostino Veneziano e da Giorgio Ghisi, il Beatricetto sceglie i suoi modelli in Raffaello e Michelangelo. Dal 1540 il lorenese lavora per Salamanca e dal 1541 fino al 1550 per Tommaso Barlacchi e dal 1548 per Antonio Lafrery che inserirà molte sue incisioni nello Speculum. Incisore di riproduzione per eccellenza, il lorenese traduce opere di Girolamo Muziano, oltre che di artisti minori, con scene sacre e mitologiche, architetture e palazzi secondo il gusto dell’epoca. Il Beatricetto muore a Roma nel 1565. Gli stati del secondo Cinquecento recano i nomi di Claude Duchet ed eredi, Paolo Graziani, Pietro dè Nobili; nel Seicento quelli di Giovanni Orlandi, Philipp Thomassin, Gio. Giacomo dè Rossi “alla pace” e Giovan battista dè Rossi “a piazza Navona”; nel settecento il nome di Carlo Losi. Il Bartsch attribuisce al lorenese 108 stampe; 114 il Robert-Dumesnil, il Passavant 120.