| Riferimento: | S50320 |
| Autore | Etienne DUPERAC |
| Anno: | 1585 |
| Misure: | 464 x 340 mm |
| Riferimento: | S50320 |
| Autore | Etienne DUPERAC |
| Anno: | 1585 |
| Misure: | 464 x 340 mm |
Acquaforte e bulino, incisa da Etienne Duperac per l'editore Antonio Lafreri e parte dello "Speculum Romanae Magnificentiae".
Esemplare nel terzo stato di tre, con l'indirizzo di Paolo Graziani e Pietro de Nobili e la data 1585 (secondo di due per Rubach, che non descrive la tiratura del solo Paolo Graziani, che riporta la data 1582, nota ad Alberti).
Titolo in alto „ORTHOGRAPHIA. PARTIS. EXTERIORIS TEMPLI. DIVI. PETRI IN. VATICANO // MI-CHAEL. ANGELVS. BONAROTA. INVENIT / STEPHANVS. DV PERAC. FECIT“.
L’incisione fa parte di una serie di tre lavori sulla nuova basilica vaticana: la Pianta di San Pietro (la prima ad essere realizzata), la Sezione di San Pietro, ed il Prospetto esterno di San Pietro. Nel 1546, alla morte di Antonio da Sangallo il Giovane, Michelangelo lo sostituì nella direzione della fabbrica di San Pietro, abbandonando il progetto di Sangallo e rivisitando l’idea originale del Bramante. «Nella stampa il tamburo della cupola viene raffigurato seguendo il modello e l’edificio così come fu realizzato, tranne che per il fatto di avere sopra le finestre dei timpani alternati – diversamente dal modello, ma come nell’edificio – e in asse un timpano triangolare invece che ad arco di cerchio. Come la sezione, presenta sopra i contrafforti delle statue che non compaiono né nel modello né nell’edificio». La lanterna è stata realizzata, alla fine del XVI secolo, in modo difforme a quella rappresentata nell’incisione. Del resto anche l’elevazione della curva della cupola, alla morte di Michelangelo, e dopo gli interventi di Pirro Ligorio e del Vignola, fu modificata da Giacomo Della Porta, anche se l’impostazione originaria di Michelangelo venne sostanzialmente rispettata. Ackerman osserva che «nella soluzione definitiva conservataci da Dupérac la lanterna poggiava su un alto zoccolo allo scopo di compensare il ribassamento della cupola e di far si che l’altezza totale della basilica rimanesse all’incirca uguale a quella dei primi studi: inoltre con la diminuzione in larghezza dei costoloni verso la sommità sarebbe stata conservata, per effetto di prospettiva, l’apparenza originaria del profilo rialzato». È da considerare infine che «le statue in piedi e poi alla sommità del contrafforte che fiancheggia la cupola non esistono nel modello e non compaiono in nessun’altra sua rappresentazione. Lo studio iniziale della cupola di Michelangelo conservato a Lille, comprende, tuttavia, indicazioni sommarie di sculture in piedi nell’attico esterno al di sopra dei contrafforti» (H. A. Millon - C. H. Smith). In definitiva le stampe di Du Pérac sono fatte per meravigliare e soddisfare la curiosità di un vasto pubblico verso la fabbrica di San Pietro e l’artista, a questo scopo, compie un’operazione di assemblaggio tra quanto costruito e progetti in essere. (cfr. Marigliani, n. VIII.11).
La tavola appartiene allo Speculum Romanae Magnificentiae, la prima iconografia della Roma antica.
Lo Speculum ebbe origine nelle attività editoriali di Antonio Salamanca e Antonio Lafreri (Lafrery). Durante la loro carriera editoriale romana, i due editori - che hanno lavorato insieme tra il 1553 e il 1563 - hanno avviato la produzione di stampe di architettura, statuaria e vedutistica della città legate alla Roma antica e moderna. Le stampe potevano essere acquistate individualmente da turisti e collezionisti, ma venivano anche acquistate in gruppi più grandi che erano spesso legati insieme in un album. Nel 1573, Lafreri commissionò a questo scopo un frontespizio, dove compare per la prima volta il titolo Speculum Romanae Magnificentiae. Alla morte di Lafreri, due terzi delle lastre di rame esistenti andarono alla famiglia Duchetti (Claudio e Stefano), mentre un altro terzo fu distribuito tra diversi editori. Claudio Duchetti continuò l’attività editoriale, implementando le lastre dello Speculum con copie di quelle “perdute” nella divisione ereditaria, che fece incidere al milanese Amborgio Brambilla. Alla morte di Claudio (1585) le lastre furono cedute – dopo un breve periodo di pubblicazione degli eredi, in particolare nella figura di Giacomo Gherardi - a Giovanni Orlandi, che nel 1614 vendette la sua tipografia al fiammingo Hendrick van Schoel. Stefano Duchetti, al contrario, cedette le proprie matrici all’editore Paolo Graziani, che si associò con Pietro de Nobili; il fondo confluì nella tipografia De Rossi passando per le mani di editori come Marcello Clodio, Claudio Arbotti e Giovan Battista de Cavalleris. Il restante terzo di matrici della divisione Lafreri fu suddiviso e scisso tra diversi editori, in parte anche francesi: curioso vedere come alcune tavole vengano ristampate a Parigi da Francois Jollain alla metà del XVII secolo. Diverso percorso ebbero alcune lastre stampate da Antonio Salamanca nel suo primo periodo; attraverso il figlio Francesco, confluirono nella tipografia romana di Nicolas van Aelst. Altri editori che contribuirono allo Speculum furono i fratelli Michele e Francesco Tramezzino (autori di numerose lastre che confluirono in parte nella tipografia Lafreri), Tommaso Barlacchi, e Mario Cartaro, che fu l’esecutore testamentario del Lafreri, e stampò alcune lastre di derivazione. Per l’intaglio dei rami vennero chiamati a Roma e impiegati tutti i migliori incisori dell’epoca quali Nicola Beatrizet (Beatricetto), Enea Vico, Etienne Duperac, Ambrogio Brambilla e altri ancora.
Questo marasma e intreccio di editori, incisori e mercanti, il proliferare di botteghe calcografiche ed artigiani ha contribuito a creare il mito dello Speculum Romanae Magnificentiae, la più antica e importante iconografia della città eterna. Il primo studioso che ha cercato di analizzare sistematicamente la produzione a stampa delle tipografie romane del XVI secolo è stato Christian Hülsen, con il suo Das Speculum Romanae Magnificentiae des Antonio Lafreri del 1921. In epoca più recente, molto importanti sono stati gli studi di Peter Parshall (2006) Alessia Alberti (2010), Birte Rubach e Clemente Marigliani (2016). Le nostre schede sono elaborazioni ispirate principalmente da queste quattro pubblicazioni, integrate da commenti e correzioni per quanto non ci convince e ci è noto.
Magnifica prova, ricca di toni, impressa su carta vergata coeva con filigrana "scudo con lettera M e stella", rifilata al rame, in ottimo stato di conservazione.
L'opera è descritta nel cataogo Lafreri (n. 269) come „Ortografia della parte di fuori del tempio di Mich. Ang.“. Nel catalogo di Stefano Duchetti (1581, n. 9, come „s.to Pietro di fora“ (Pagani 2008a), e in quello di Pietro de’ Nobili (1584) come „San Pietro di (Guera) [fuora]“ (Lincoln 2000, S. 185).
Bibliografia
B. Rubach, Ant. Lafreri Formis Romae (2016), n. 366, II/II; A. Alberti, L’indice di Antonio Lafrery (2010), n. 101, III/III; cfr. Marigliani, Lo splendore di Roma nell’Arte incisoria del Cinquecento (2016), n. VIII.11; C. Hülsen, 1921, p. 161, 93, B; J. S. Ackerman, 1968, p. 86; R. Lanciani, 1992, iv, p. 189; H. A. Millon - C. H. Smyth, 1994, pp. 663-64; C. Marigliani, 2005, p. 109; B. Jatta, 2006, Tav. iv; C. Witcombe, 2008, pp. 328, 331; A. Brodini, 2009, p. 108; V. Zanchettin, 2009, pp. 180-85; B. Barnes, 2010, p. 135; Bianchi 2006, p. 55, tav. 83.
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Fu architetto, pittore, incisore, topografo .Verso il 1559 giunse a Roma ove si fermo per più di vent’anni e nel 1572 allestì l'aula per il conclave che elesse Ugo Boncompagni papa col nome di Gregorio XIII. Durante questo periodo è però segnalato più' volte in Francia: nel 1578 è a Caen; nel 1582 risulta architetto per Carlo di Lorena ed è impegnato in lavori al Louvre. In patria rientrò definitivamente nell'ultimo decennio del secolo con la nomina di architetto di Enrico IV, per il quale costrui' nel palazzo delle Tuileries il Pavillon de Fore, terminato dopo la sua morte da Giacomo II Androuet. Il Felibien lo ricorda autore di 5 dipinti di divinità marine e degli amori di Giove e Callisto, andati distrutti nel 1967, che ornavano una sala da bagno nel palazzo di Fontainebleau. La sua non secondaria attività di acuto disegnatore dall'antico, incisore e topografo, sembra svolgersi prevalentemente a Roma, la città nella quale i suoi connazionali Antonio Lafrery e Lorenzo della Vaccheria, che pubblicarono le sue opere, avevano avviato fiorenti botteghe di editoria calcografica. Di estremo interesse, benché non numerose, all'incirca un centinaio, le stampe pervenuteci, eseguite per lo più su suo disegno, e realizzate all'acquaforte con tratti che ricordano lo stile degli incisori della " scuola di Fontainebleau ": vedute, ricostruzioni di antichi monumenti, reperti archeologici, paesaggi pochi soggetti sacri, diversi soggetti mitologici, avvenimenti di cronaca. Fra le più note: un torneo svoltosi nel cortile del Belvedere in Vaticano, in occasione delle nozze tra Giacomo Altemps ed Ortensia Borromeo 1565; il frontespizio per lo " Speculum Romanae Magnificentia " ; la pianta della città di Napoli 1566; una veduta del Campidoglio e 3 immagini della Basilica di San Pietro da disegni di Michelangelo 1569; una veduta topografica di Roma antica del 1573; una veduta a volo d'uccello del palazzo e del giardino di villa d'Este a Tivoli 1573; la " Nova Urbis Romae Descriptio … " a volo d' uccello del 1577; il Giudizio Universale di Michelangelo 1578; un San Gerolamo nel deserto da Tiziano; lo " Iuditium Paridis " da Raffaello del Raimondi e Vues perspectives des jardins de Tivoli del 1582, dedicati a Maria de' Medici
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Fu architetto, pittore, incisore, topografo .Verso il 1559 giunse a Roma ove si fermo per più di vent’anni e nel 1572 allestì l'aula per il conclave che elesse Ugo Boncompagni papa col nome di Gregorio XIII. Durante questo periodo è però segnalato più' volte in Francia: nel 1578 è a Caen; nel 1582 risulta architetto per Carlo di Lorena ed è impegnato in lavori al Louvre. In patria rientrò definitivamente nell'ultimo decennio del secolo con la nomina di architetto di Enrico IV, per il quale costrui' nel palazzo delle Tuileries il Pavillon de Fore, terminato dopo la sua morte da Giacomo II Androuet. Il Felibien lo ricorda autore di 5 dipinti di divinità marine e degli amori di Giove e Callisto, andati distrutti nel 1967, che ornavano una sala da bagno nel palazzo di Fontainebleau. La sua non secondaria attività di acuto disegnatore dall'antico, incisore e topografo, sembra svolgersi prevalentemente a Roma, la città nella quale i suoi connazionali Antonio Lafrery e Lorenzo della Vaccheria, che pubblicarono le sue opere, avevano avviato fiorenti botteghe di editoria calcografica. Di estremo interesse, benché non numerose, all'incirca un centinaio, le stampe pervenuteci, eseguite per lo più su suo disegno, e realizzate all'acquaforte con tratti che ricordano lo stile degli incisori della " scuola di Fontainebleau ": vedute, ricostruzioni di antichi monumenti, reperti archeologici, paesaggi pochi soggetti sacri, diversi soggetti mitologici, avvenimenti di cronaca. Fra le più note: un torneo svoltosi nel cortile del Belvedere in Vaticano, in occasione delle nozze tra Giacomo Altemps ed Ortensia Borromeo 1565; il frontespizio per lo " Speculum Romanae Magnificentia " ; la pianta della città di Napoli 1566; una veduta del Campidoglio e 3 immagini della Basilica di San Pietro da disegni di Michelangelo 1569; una veduta topografica di Roma antica del 1573; una veduta a volo d'uccello del palazzo e del giardino di villa d'Este a Tivoli 1573; la " Nova Urbis Romae Descriptio … " a volo d' uccello del 1577; il Giudizio Universale di Michelangelo 1578; un San Gerolamo nel deserto da Tiziano; lo " Iuditium Paridis " da Raffaello del Raimondi e Vues perspectives des jardins de Tivoli del 1582, dedicati a Maria de' Medici
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