Plan de Pompei

Riferimento: A49980
Autore Andrea De Jorio
Anno: 1840
Zona: Pompei
Misure: 560 x 385 mm
550,00 €

Riferimento: A49980
Autore Andrea De Jorio
Anno: 1840
Zona: Pompei
Misure: 560 x 385 mm
550,00 €

Descrizione

Rarissima pianta di Pompei, disegnata da Giosuè Russo ed incisa da Nicola Riccio sulla base del rilievo dell’archeologo Andrea de Jorio (1769-1851).

La mappa del sito archeologico di Pompei illustra l'estensione degli scavi del XIX secolo, identificando edifici pubblici, case private, templi e tombe. Utilizza colori per differenziare le aree scavate da quelle non ancora esplorate all'epoca.

Andrea de Jorio è stato un archeologo ed etnografo italiano. Dal 1805 fu canonico della Cattedrale di Napoli, carica che gli aprì le porte per altri incarichi. Dal 1810 fu, infatti, ispettore generale alla pubblica istruzione di Napoli, mentre, dall'anno successivo, si occupò della conservazione della sala dei vasi etruschi del Real Museo Borbonico. Da questo periodo cominciò ad interessarsi maggiormente delle antichità, visitando scavi e scrivendo sui ritrovamenti archeologici. Le sue pubblicazioni di argomenti connessi a tali tematiche, come quelle relative ai siti più importanti del napoletano, da Ercolano a Pompei, da Cuma a Pozzuoli, furono le guide di riferimento del XIX secolo per i viaggiatori e gli antichisti.

Giosuè Russo è tra i più rinomati ingegneri topografici napoletani; una certa notorietà gli venne anche dalle cartografie eseguite al di fuori dell’Officio Topografico, ente per il quale lavorava, e soprattutto dal fatto di essere autore del primo atlante geografico universale interamente realizzato a Napoli.

Acquaforte, stampata su carta coeva e più volte ripiegata, coloritura coeva, in ottimo stato di conservazione. Conservata in astuccio coevo.

Andrea De Jorio (Procida, 16 febbraio 1769 – Napoli, 1º febbraio 1851)

Andrea de Jorio è stato un archeologo ed etnografo italiano. Studiò nel seminario arcivescovile di Napoli, dove ebbe come precettori, tra gli altri, Bernardo della Torre e Bartolomeo Malizia. Dal 1805 fu canonico della Cattedrale di Napoli, carica che gli aprì le porte per altri incarichi. Dal 1810 fu, infatti, ispettore generale alla pubblica istruzione di Napoli, mentre, dall'anno successivo, si occupò della conservazione della sala dei vasi etruschi del Real Museo Borbonico. Da questo periodo cominciò ad interessarsi maggiormente delle antichità, visitando scavi e scrivendo sui ritrovamenti archeologici. Le sue pubblicazioni di argomenti connessi a tali tematiche, come quelle relative ai siti più importanti del napoletano, da Ercolano a Pompei, da Cuma a Pozzuoli, furono le guide di riferimento del XIX secolo per i viaggiatori e gli antichisti. Per la sua attività fu decorato commendatore dell'Ordine dell'Aquila Rossa da Federico Guglielmo III di Prussia e, dal 1833, entrò a far parte dei soci dell'Accademia Ercolanese. Come ha ricordato Benedetto Croce a proposito del linguaggio dei gesti, il volume più noto del canonico di Procida è rappresentato da La mimica degli antichi del 1832, in cui è stata per la prima volta studiata la gestualità dei napoletani, individuando una continuità dall'epoca antica ad oggi sul linguaggio del corpo, in particolare mostrando le similitudini tra il pari linguaggio degli antichi greci, ricavato grazie alle raffigurazioni presenti su vasi e reperti archeologici: questo tema, secondo alcuni studiosi, potrebbe fare di de Jorio il primo etnografo della mimica. Tuttavia, proprio lui, autore di un volume, quale quello sopra ricordato, in cui vengono anche descritti i modi di «fare le corna», sarebbe stato additato dal popolo napoletano come uno dei principali iettatori della città partenopea: è celebre in tal senso l'aneddoto, narrato da Alexandre Dumas padre in un capitolo del Corricolo, secondo il quale il «canonico Oiori» (che Croce intuì non essere altro che l'anagramma di De Jorio), chiedendo lungamente a Ferdinando I di essere ricevuto, per presentargli una pubblicazione, riuscì infine ad ottenere udienza solo il giorno in cui il sovrano borbonico morì.

Andrea De Jorio (Procida, 16 febbraio 1769 – Napoli, 1º febbraio 1851)

Andrea de Jorio è stato un archeologo ed etnografo italiano. Studiò nel seminario arcivescovile di Napoli, dove ebbe come precettori, tra gli altri, Bernardo della Torre e Bartolomeo Malizia. Dal 1805 fu canonico della Cattedrale di Napoli, carica che gli aprì le porte per altri incarichi. Dal 1810 fu, infatti, ispettore generale alla pubblica istruzione di Napoli, mentre, dall'anno successivo, si occupò della conservazione della sala dei vasi etruschi del Real Museo Borbonico. Da questo periodo cominciò ad interessarsi maggiormente delle antichità, visitando scavi e scrivendo sui ritrovamenti archeologici. Le sue pubblicazioni di argomenti connessi a tali tematiche, come quelle relative ai siti più importanti del napoletano, da Ercolano a Pompei, da Cuma a Pozzuoli, furono le guide di riferimento del XIX secolo per i viaggiatori e gli antichisti. Per la sua attività fu decorato commendatore dell'Ordine dell'Aquila Rossa da Federico Guglielmo III di Prussia e, dal 1833, entrò a far parte dei soci dell'Accademia Ercolanese. Come ha ricordato Benedetto Croce a proposito del linguaggio dei gesti, il volume più noto del canonico di Procida è rappresentato da La mimica degli antichi del 1832, in cui è stata per la prima volta studiata la gestualità dei napoletani, individuando una continuità dall'epoca antica ad oggi sul linguaggio del corpo, in particolare mostrando le similitudini tra il pari linguaggio degli antichi greci, ricavato grazie alle raffigurazioni presenti su vasi e reperti archeologici: questo tema, secondo alcuni studiosi, potrebbe fare di de Jorio il primo etnografo della mimica. Tuttavia, proprio lui, autore di un volume, quale quello sopra ricordato, in cui vengono anche descritti i modi di «fare le corna», sarebbe stato additato dal popolo napoletano come uno dei principali iettatori della città partenopea: è celebre in tal senso l'aneddoto, narrato da Alexandre Dumas padre in un capitolo del Corricolo, secondo il quale il «canonico Oiori» (che Croce intuì non essere altro che l'anagramma di De Jorio), chiedendo lungamente a Ferdinando I di essere ricevuto, per presentargli una pubblicazione, riuscì infine ad ottenere udienza solo il giorno in cui il sovrano borbonico morì.